Intervista a Bernhard Scholz

Intervista a Bernhard Scholz

31.12.2018

Le imprese oggi, il loro dialogo con il mondo politico, le scommesse per il futuro e un domani che deve essere «decisamente e indispensabilmente» europeo. Bernhard Scholz, presidente della Compagnia delle Opere, analizza il panorama italiano e comunitario, mettendo in risalto cosa le aziende possano fare per rilanciare il Paese e l’intera Unione.

Intervista di Davide Giuliani su La Provincia

Presidente, perché è importante fare impresa oggi in Italia?

Credo sia importante, prima di tutto, perché l’Italia ha bisogno di creare lavoro, soprattutto per le giovani generazioni. Se ogni impresa per sua natura ha un valore sociale, oggi ce l’ha più che mai: sono le imprese che creano lavoro e lo possono fare solo se crescono in un modo economicamente e socialmente sostenibile.

La seconda ragione che sostiene la prima è che l’Italia ha la capacità particolare di produrre beni e servizi che interessano al mondo; penso che non esista neppure un Paese in cui non si possano trovare prodotti italiani. Nessuno riesce a essere globalmente presente quanto l’Italia, e ciò avviene per tutte le caratteristiche che hanno i nostri prodotti: esteticamente rilevanti, funzionali, fatti a misura d’uomo e per questo riconosciuti.

Cosa chiedono le aziende al Paese? È possibile un dialogo con il mondo politico?

Recentemente è stato aperto un tavolo al ministero per lo Sviluppo economico e penso che questo sia importante affinché la politica senta direttamente le richieste delle imprese. Due sono a mio parere quelle più importanti: gli imprenditori vorrebbero una maggiore efficacia della pubblica amministrazione e un’ulteriore defiscalizzazione. Da un lato infatti le imprese sono oggi appesantite dagli adempimenti burocratici, basti pensare ai tempi necessari per ottenere qualsiasi autorizzazione; dall’altro necessitano di sgravi sia strutturali, cioè sul costo del lavoro, sia sugli investimenti in formazione, innovazione e internazionalizzazione. Così le aziende potranno crescere, creare lavoro e dare un contributo formativo per le giovani generazioni.

Ecco, quanto conta che le imprese per prime investano sulla formazione?

Questo è un tema complesso e variegato. Quando parliamo di formazione spesso facciamo riferimento all’urgenza di rendere giovani e adulti capaci di affrontare la trasformazione digitale e quella che chiamiamo industria 4.0; se questo è innegabile, occorre però anche un maggiore impegno per la formazione professionale. Oggi mancano meccatronici, saldatori, cuochi, periti logistici… Mancano tante figure professionali e ci sono ormai 300mila posti di lavoro scoperti, per i quali è impossibile trovare una persona adeguatamente preparata. È quindi un problema molto più ampio che la sola formazione sulle nuove aree digitali. Tante imprese si sono impegnate in questo senso, ma si deve fare di più nel promuovere gli Istituti tecnici superiori e l’apprendistato di primo livello.

Come vede il futuro italiano tra rischio di recessione e promesse di ripartenza?

Penso che le nostre imprese abbiano il potenziale per ripartire, ma per aiutarle è necessario che si crei nel Paese un clima più fiducioso. Di fronte a una situazione geopolitica con tante incognite si rischia di restare un po’ smarriti, ma credo che l’Italia debba avere fiducia in quello che riesce a fare insieme agli altri Paesi Europei. Abbiamo un grandissimo potenziale e dobbiamo rendercene conto, dobbiamo essere consapevoli che quanto portiamo sui mercati internazionali viene riconosciuto.
Per migliorare ancora occorre poi stare molto attenti alla produttività, investendo anche sulla digitalizzazione. E attenzione: la digitalizzazione non comporta una perdita di posti di lavoro, anzi. Nelle imprese che l’hanno portata avanti gli occupati sono aumentati, perché le aziende diventano più competitive e quindi possono crescere e creare lavoro.

È su questa fiducia che si deve scommettere oggi?

Certo, occorre per prima cosa scommettere sulla fiducia dell’Italia in se stessa e questo va comunicato soprattutto ai giovani. Non possiamo avere una generazione giovane sfiduciata; serve che i ragazzi vedano gli adulti, o comunque chi è dentro il mondo del lavoro, lavorare con una fiducia ragionevole, impegnarsi con una fiducia ragionevole.

Come Compagnia delle opere avete in mente qualche iniziativa particolare sul tema lavoro?

Un progetto che abbiamo in cantiere riguarda tre convention territoriali – una nel nord Italia, una al centro e una al sud – che riavvicinino tra loro le imprese. La collaborazione tra aziende è un punto molto decisivo, perché le aiuta a diventare più forti e a non essere troppo penalizzate dalla loro dimensione. Non tutte possono di per sé crescere in numeri e dimensioni, ma ciascuna, lavorando insieme con altre, può creare quelle economie di scala necessarie per affrontare le sfide di un mercato globalizzato molto complicato. Altra iniziativa è la “Fabbrica per l’eccellenza”, dedicata alle medie imprese.

Passiamo all’Europa. Il mondo politico ha avuto un netto cambio di rotta con l’Unione, dallo scontro a parole al dialogo nei fatti. Quanto è importante l’Europa per il nostro Paese e per le nostre imprese?

Per noi è decisivo, indispensabile stare nell’Unione Europea. Le grandi sfide che oggi dobbiamo affrontare non possono essere sostenute da un Paese solo; parliamo di tutta la trasformazione digitale, del grande problema dell’ecologia, della tutela dell’ambiente… Non sono cose che può fare uno Stato da solo. Conviene a tutti noi un mercato comune che agevoli le imprese dei singoli Paesi e che le possa rafforzare anche a livello globale.

Cosa chiedono le imprese all’Unione? E cosa magari andrebbe cambiato?

Servirebbero anche nel sistema comunitario una maggiore semplificazione e una migliore informazione. Ci sono progetti molto interessanti o addirittura decisivi, facciamo l’esempio dell’economia circolare, nei quali però non è sempre facile inserirsi. Non mancano comunque realtà più efficaci; penso a “Horizon 2020”, il programma europeo per la ricerca e l’innovazione, che permette una vera collaborazione tra imprese. La cosa più importante è che le aziende europee si avvicinino tra loro e che l’Unione agevoli questo processo.

Come imprenditore è spaventato dal prossimo voto europeo?

Io spero che questo voto esprima una fiducia nell’Europa. È vero, non esistono in questo momento risposte per tutte le domande che si pongono, ma queste risposte le possono trovare solo Paesi che lavorano insieme. Occorre un voto di fiducia che riconosca come l’Europa nella sua storia sia riuscita a fare una cosa mai esistita prima, l’unione di Paesi che si erano fatti la guerra per centinaia di anni. La collaborazione può portare ancora tanti frutti per il bene di tutti; ritengo quindi molto più ragionevole fidarsi di questa capacità dell’Unione che guardare ad alcune problematiche presenti ma certamente superabili. Come ha detto il Presidente Mattarella, l’Unione non è un vincolo ma una grande opportunità. Cogliamola.