Il lavoro diventa ‘agile’: niente più ufficio, si lavora da casa o in spazi condivisi

Il lavoro diventa ‘agile’: niente più ufficio, si lavora da casa o in spazi condivisi

La prima giornata di lavoro agile ha portato 11mila dipendenti di 50 diverse amministrazioni a sperimentare le forme di lavoro in spazi condivisi. Una iniziativa che potrebbe prendere piede anche nella pubblica amministrazione e non solo nelle aziende private. A testimoniarlo è anche il ministro per la Pa, Giulia Bongiorno: “Il lavoro agile non è un lavoro di serie b”.

Il futuro del lavoro è anche lontano dall’ufficio. L’ipotesi di dire addio al badge o ai tornelli per una parte dei dipendenti pubblici e dei lavoratori privati non è più così remota. A testimoniarlo è la prima giornata di lavoro agile che è stata sperimentata oggi a Roma con 11mila impiegati di 50 diverse amministrazioni e aziende che hanno partecipato a un coworking in 237 diverse postazioni. Il lavoro agile, così come viene definito in italiano, è una modalità che serve per sfruttare le nuove tecnologie permettendo anche un ritorno in termini di risultati lavorativi. Ad oggi riguarda circa mezzo milione di persone in Italia, in maggioranza uomini. E funziona di più e meglio, per ora, nelle aziende private. Ma ora anche la pubblica amministrazione vuole fare la sua parte, come testimonia il ministro per la Pa, Giulia Bongiorno. Che prima di ogni cosa vuole sottolineare un aspetto: “Dobbiamo chiamarlo lavoro agile e non smart working, una delle mie battaglie è quella di continuare a parlare in italiano”.

Bongiorno spiega come questa battaglia sul lavoro agile sia stata valorizzata dal ministro che l’ha preceduta, l’esponente del Pd, Marianna Madia. Ma non per questo vuol dire “che do meno importanza perché devo distruggere quello che viene dal passato”. In Italia esiste una normativa sul lavoro agile, ma il problema – secondo il ministro – “è l’applicazione”. Quello del lavoro agile è un tema “in parte tecnologico e in parte culturale”, perché spesso si associa questo concetto a un lavoro “considerato di serie b”. Ma questo tipo di attività non può valere per qualunque professione, secondo la Bongiorno: “Dobbiamo individuare i settori e le materie. Dobbiamo renderci conto che ci sono alcune attività e mansioni in cui è necessario l’incontro con un’altra persona, quindi non tutte le attività possono essere trasformate in lavoro agile. Se accettiamo questo principio non come limitazione ma come modo per renderlo operativo, credo che sarà più facile trovare le modalità di applicazione”.

Il progetto del lavoro agile viene promosso dal dipartimento per le Pari opportunità: hanno aderito molte amministrazioni con sede a Roma, come la presidenza del Consiglio, otto ministeri, le università, Banca d’Italia, Consob. Da qui al 2020 ci saranno altre quattro giornate come questa su tutto il territorio nazionale. Nel settore privato, come spiega Monica Parrella, direttrice dell’ufficio per gli interventi in materia di Pari opportunità, “il lavoro agile è molto diffuso e i risultati sono ottimi, sia in termini di conciliazione che di produttività. Nel pubblico impiego c’è una normativa che impone di garantire almeno al 10% del personale di fare il lavoro agile. Pian piano le amministrazioni lo stanno sperimentando ma è chiaro che le cose non succedono se semplicemente c’è una norma, occorre una cultura favorevole”.

Chi sta già pensando al lavoro agile per i suoi dipendenti è il comune di Roma, come spiega l’assessore a Roma semplice, Flavia Marzano, parlando dell’ipotesi di 600 ore l’anno per dipendente in smart working: “Dei 24mila dipendenti dell’amministrazione capitolina, togliendo vigili, impiegati agli sportelli e altre figure, circa 8mila potranno usufruirne”. Nella Regione Lazio, invece, come spiega l’assessore al Lavoro Claudio Di Berardino, ci sono “24 dipendenti inseriti in un progetto pilota da ottobre a dicembre, esperimento che sarà fondamentale per capire come procedere perché per il 2019 vorremmo allargare la platea di riferimento ponendoci l’obiettivo di arrivare a circa 500 dipendenti, su un totale di 4.500 in tutta la Regione Lazio”.

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